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Calcio

Nella memoria del grande Torino

Una squadra che può permettersi di disputare una partita amichevole durante il campionato, non può essere che la più forte di tutte. La squadra in questione è il "Grande Torino", l'unica squadra italiana a vincere cinque titoli consecutivi e a realizzare la doppietta Scudetto-Coppa Italia per la prima volta.

Il 4 maggio 1949 il Torino stava rientrando in Italia dal Portogallo, precisamente da Lisbona, avendo disputato un'amichevole contro il Benfica, per una festa in omaggio al capitano della squadra portoghese Josè Ferreira . Il Toro perse quasi intenzionalmente quella sfida, ma non poté mai finire il suo campionato. L'aereo che trasportava l'intera squadra si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, che sorge sulla collina Torinese. Le vittime furono 31.

Il ricordo resta impresso nella memoria di tutti, la leggenda del calcio italiano si chiama Torino. Rimane un grande rimpianto, di quello che poteva essere il Toro e delle altre imprese che avrebbe potuto compiere. Il 4 maggio di 64 anni fa, il Torino perse la sua partita, ma non sul campo perché li era davvero invincibile.

Non è un calcio per giovani

E' sotto l'occhio di tutti il terribile periodo di crisi che sta vivendo il calcio italiano. Scommessopoli è solo l'ultima "malattia" che ha colpito e minato la credibilità di questo sport. Malattia difficile da estirpare proprio come un cancro, che, quando si pensa di averlo sconfitto, si riforma più forte e subdolo di prima.
I vari scandali, che emergono sempre più frequentemente, non sono gli unici mali che affliggono il calcio italiano. C'è un male più silenzioso di cui tutti sono a conoscenza, ignorando, però, le conseguenze a breve e lungo termine. Stiamo parlando della mancanza di un ricambio generazionale. Quel progetto di ringiovanimento che è sulla bocca di tutti, ma, quando poi si passa ai fatti, sono in pochissimi a crederci e ad attuarlo. L'analisi del "Report Calcio 2013" dimostra che l'Italia è al secondo posto, subito dopo Cipro, nella classifica europea dell'età media più alta. I nostri giovani non riescono a farsi strada, sono davvero pochi a conquistare un posto in prima squadra. Cercare fortuna all'estero diventa così l'unica soluzione per molti ragazzi. Verratti, considerato da molti il nuovo Pirlo, è solo l'ultimo di una lunga e ricca lista di talenti.

La fretta è il vero male del calcio italiano di oggi. Si vuole vincere subito e non si ha la pazienza di aspettare i giovani. Le società dovrebbero fare il possibile per garantire alle giovani promesse un futuro nel mondo del calcio, ma non è sempre così. Le primavere, ad esempio, in molti casi vengono allestite con ragazzi ai limiti di età proprio per vincere subito, non pensando, però, alla carriera dei ragazzi. La vittoria di uno scudetto Primavera dura qualche giorno, poi, passata l'euforia, bisogna considerare ciò che resta. Quanti di questi calciatori avranno la possibilità di proseguire la carriera? Ragazzi che a 20 anni ancora giocano con la Primavera che futuro possono avere? E' più importante che un giovane esordisca in prima squadra, piuttosto che quattro foto scattate con la coppa. Il bene del ragazzo dovrebbe venire prima di tutto, prima dei risultati, prima delle vittorie. Il vero successo dovrebbe essere rappresentato dalla completa formazione calcistica del ragazzo. Purtroppo non è così: le società, ormai sempre più frequentemente, preferiscono acquistare giovani stranieri, magari già affermati, piuttosto che puntare sui propri ragazzi.

Ci si lamenta che nel calcio di oggi non esistono più le bandiere, ma se non si punta sui ragazzi provenienti dai settori giovanili, come potrebbero esistere? Un giocatore non diventa la "bandiera" di una squadra da un momento all'altro, dietro c'è un lungo percorso di formazione umana e calcistica. Deve sentire la fiducia intorno a sé, deve sentirsi importante, solo così potrà considerare "sua" la maglia che indossa. Tra il giovane e la società si deve creare un rapporto familiare e affettivo, ma spesso è esclusivamente numerico e lavorativo. Un giocatore che gioca con una maglia che sente sua darà sempre il massimo e avrà sempre quel qualcosa in più rispetto agli altri. La mancanza di questa "formazione" porta, a torto o a ragione, a vedere il calciatore privo di emozioni, attaccato ai soldi e amante della bella vita.

In questo periodo di crisi, soprattutto economica, bisognerebbe puntare sulla voglia, sulla passione dei giovani. Se è vero che molti vedono il calcio come fonte di guadagno, è altrettanto vero che per molti altri è semplicemente "vita". Le emozioni che si provano a correre su un manto erboso, a lottare su ogni pallone, a segnare, a bagnare la propria maglia di sudore, non si possono spiegare e non è nemmeno possibile descriverle attraverso semplici parole composte da vocali e consonanti. Ci si nasce e col passare degli anni diventano sempre più forti, sempre più belle, sempre più importanti. Allenarsi durante la settimana, cercare di dare sempre il massimo per guadagnarsi la possibilità di scendere in campo la domenica, per molti è semplicemente sport, ma per tanti altri è vita. Se non si ha questo fuoco dentro, non si può capire cosa si prova a stare negli spogliatoi prima di una partita, a cambiarsi, ad indossare maglia e pantaloncini, ad allacciarsi gli scarpini, a percorrere la strada che porta al campo. La mente è sgombra, il cuore no. Ogni volta è come se fosse la prima. Per 90 minuti non esiste altro, il mondo si ferma. I problemi e le paure della vita quotidiana spariscono. Difficile da capire, difficile da spiegare. Bisognerebbe ripartire da questa passione, da queste emozioni che rappresentano il lato più puro e bello di questo sport.

Qualcuno dovrebbe iniziare a riflettere e capire non solo che così non si può andare avanti, ma anche, e soprattutto, un'altra cosa: moltissimi giovani vivono per il calcio, ma il calcio senza la passione dei giovani non potrebbe esistere.

Europa League, la finale sarà Chelsea - Benfica

A Stamford Bridge il Chelsea batte 3-1 il Basilea. In vantaggio gli svizzeri con Salah. Nella ripresa i blues ribaltano il match grazie alle reti di Torres, Moses e Luiz.

La fine di un'epoca

La fine di un'epoca

Mag 02, 2013 Scritto da

Un'epoca è un intervallo di tempo nel quale determinati eventi accadono. Fino al sorteggio per la semifinale di Champions League, questa epoca aveva assunto la fisionomia della bandiera spagnola, perché fino a quel momento nel calcio aveva regnato la filosofia della Spagna, quella del bel calcio che lasciava tutti a bocca aperta, anche noi Italiani, che nello sport in generale avevamo battuto sempre quegli spagnoli, diventati i Re del Football così all'improvviso. Dal promotore Pep Guardiola e il suo Tiki-taka blaugrana che ha dominato in lungo e in largo in Europa, alla nazionale di Del Bosque che vince il Mondiale per la prima volta nella sua storia e si prende anche l'Europeo.

In queste semifinali di Champions, però, qualcosa è cambiato. L'armata bavarese del Bayern Monaco e il nuovo Borussia Dortmund di Klopp hanno spazzato via in una sola partita tutte le certezze e le conquiste spagnole. Il Bayern umilia ancor di più i "marziani" del Barcellona, battendoli anche al Camp Nou, con un aggregato di goal che ammonta a 7-0. Il Borussia distrugge in casa il Real di Mourinho e con lui tutta la sua storia, perchè a Dortmund il Real Madrid ne prende addirittura 4.

La storia a volte si ribalta e gioca brutti scherzi, questa volta la clessidra del tempo si è capovolta, portando nella finale di Wembley due squadre tedesche, segno che la calamita del calcio sta attirando la sua attenzione verso nuovi orizzonti, perché quando determinati eventi non accadono più è la fine di un'epoca, lasciando spazio a nuove vittorie. Noi da Italiani aspettiamo il nostro turno, speriamo che quella clessidra si ribalti ancora a nostro vantaggio, intanto il 25 maggio guarderemo la finale comodi sul divano. In attesa di tempi migliori.

Tanta Roba News is coming

Tanta Roba News is coming

Apr 30, 2013 Scritto da

2 MAGGIO 2013

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