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tantarobanews

Calcio

Cercando di emulare i Ticos degli anni 90

Sarà semplicemente la Costa Rica, sarà pure che negli occhi di molti italiani ci sono le immagini impresse degli ultimi Mondiali in Sud Africa, buttati fuori in un girone con Nuova Zelanda, Paraguay e Slovacchia.

Non c'è molto da temere o da ripassare a livello storico, la Costa Rica partecipa per la quarta volta alla fase finale della coppa del Mondo dopo i Mondiali del 2006, del 2002 e di Italia 90. Sarà pure che, se c'è un mondiale che loro ricordano con maggior entusiasmo, è proprio quello disputato in Italia dove raggiunsero gli ottavi di finale (risultato storico).

Il loro è un paese che vive di calcio, ma che per motivi storici, economici e tecnici non riesce ad esportare calciatori nei maggiori campionati Europei, tranne qualche eccezione. Comunque sia, questa Costa Rica sembra essere preparata ancora meglio di quella del 90 e potrebbe raggiungere un traguardo inaspettato e sognato.

Battere all'esordio l'Uruguay rappresenta già qualcosa in più di un sogno. Portando avanti la logica che nel calcio non sempre vince il più forte, a volte può essere la tenuta atletica a fare la differenza, più adeguati e abituati di noi alle temperature brasiliane, ma tutto questo non deve essere un alibi per la nostra Nazionale, bensì deve essere un motivo per non prenderli sottogamba.

In un Mondiale non si deve sottovalutare nessuno. Meditate sulla storia e guardate al futuro, perché gli errori non vanno dimenticati. Poi proviamo a fare quello che ci viene meglio, tifiamo Azzurri.

Inghilterra-Italia, le pagelle degli azzurri

Sirigu 6,5: pochi si saranno accorti che tra i pali non c'era Buffon. Il portiere del Psg non ha fatto rimpiangere minimamente il capitano azzurro, attento e sicuro in tutte le situazioni. Buono a sapersi.

Darmian 7: si comporta da veterano, è l'unico a spingere dei quattro di difesa. Le sue cavalcate danno fastidio agli inglesi e i suoi cross danno speranza ai nostri colpitori di testa. A sorpresa un uomo chiave.

Chiellini 5: di ruolo non fa il terzino e lo si capisce fin dai primi minuti. Subisce troppo la corsa degli esterni avversari e, quando riesce a passare la metà campo, porta fisico e pallone indietro, senza mai azzardare un inserimento. Non c'è dubbio che fosse una situazione d'emergenza e avrà modo di rifarsi come centrale.

Barzagli 6,5: riesce sempre a mantenere compatta la linea difensiva. Alcuni suoi interventi sono determinanti, campione del mondo 2006 che adesso da senatore riesce ad essere un tassello importante per la nazionale.

Paletta 5,5: disorientato in molti frangenti della partita, ha dato la sensazione di essere poco amalgamato con la squadra. Da quel lato Chiellini non lo ha aiutato molto e le difficoltà ci sono state anche per lui.

Verratti 5,5: ha la sfortuna di avere Pirlo come interprete principale del gruppo, in sua presenza il centrocampista del PSG si nota poco nelle azioni azzurre, limitandosi a spezzare il gioco e fare un lavoro più da mediano che da Playmaker. Non a caso al suo posto è Thiago Motta ad entrare.

Pirlo 7: la punizione al novantesimo mette completamente fuori tempo Hart e coloro che stavano assistendo alla partita. Elegantissimo il velo sul goal di Marchisio, che gli vale un sette in pagella.

Candreva 6,5: non perde tempo per calciare verso la porta quando ha il pallone tra i piedi. Corre e si inserisce sulla fascia ( quella che spinge di più), aiuta a far salire Darmian per i cross in mezzo. E' importantissimo avere un giocatore imprevedibile come lui.

Marchisio 6,5: il primo goal del mondiale azzurro lo firma lui. Non è un vero esterno e la collocazione tattica in campo può variare, riesce comunque a svolgere bene il suo compito e c'è molto feeling con Pirlo in mezzo al campo.

De Rossi 6: aiuta in fase difensiva e nel palleggio a tratti prolungato degli azzurri. Anche lui aiuta a spezzare il gioco e nel rendere più libero possibile un Pirlo ingabbiato dagli inglesi. Poco incisivo nelle manovre offensive, ma comunque bene così.

Balotelli 6,5: gioca per la squadra, difficile per lui muoversi da solo davanti, cercando di raccogliere i lanci di Pirlo, ma riesce a segnare il goal decisivo per la vittoria e prova a fare qualche tiro dei suoi per sbloccare il match. Più Balotelli che Immobile, ma sarebbe interessante vederli insieme in campo.

Immobile 6: non ha molto tempo per far vedere il suo valore, ma si crea lo spazio per inserirsi alle spalle dei difensori. Avrà modo e tempo per farci vedere qualche goal importante in questo mondiale.

 

Credits foto: repubblica.it

Loro lo hanno inventato, a noi però a calcio piace anche vincere

Lo stemma dei tre leoni fa presagire un marchio di superiorità come l'animale che rappresenta. Il loro atteggiamento è sempre stato quello di sentirsi superiori, tanto da non degnarsi di partecipare alle prime competizioni mondiali, gentiluomini che non hanno bisogno neanche di un arbitro per potersi giudicare, perché un vero Inglese quando commette un errore lo dichiara e basta.

Stando però agli almanacchi che la storia ci ha donato, l'Inghilterra porta sul petto una sola stella che mostra un'unica vittoria del campionato del mondo proprio in casa loro nel 1966, quando c'era Ramsey a fare da condottiero e portare gli Inglesi sul tetto del mondo, il primo moderno allenatore di una Nazionale che il calcio ha avuto.

Nei nostri giorni continuiamo a trovare un'Inghilterra che comunque non va a collocarsi nella lista delle possibili pretendenti al titolo, troppo povera di elementi che danno qualcosa in più alla squadra, troppo fine a se stessa e proprio quella parola " troppo" , che loro hanno creduto del loro calcio da quando il gioco ha avuto inizio.

Noi, però, c'eravamo già incontrati, agli Europei del 2012 gli azzurri trovarono di fronte una squadra che attendeva gli avversari e subiva il loro gioco, usando il famoso "catenaccio", che Nereo Rocco ha introdotto nella sua Triestina. Metodo all'Italiana che consegnò la partita ai rigori, poi vinti da noi. I titoli dei giornali Inglesi, il mattino seguente, si dimostrarono furiosi nei confronti dei loro giocatori, uno su tutti: "Anyone for tennis?".

Questa sera si comincia con un'altra storia, c'è il Mondiale dei Mondiali, l'Italia deve affrontare proprio coloro che il calcio lo hanno inventato, sperando di ricordagli che in fondo molte altre Nazioni hanno capito come funziona il gioco. Tra le altre, l'Italia.

Un altro grande Real

Un altro grande Real

Mag 28, 2014 Scritto da

Esistono notti che sono fatte per essere vissute attraverso i sogni, sogni di Coppe dei campioni tanto per citare Venditti.

Sogni appunto, che possono durare una vita e possono anche non realizzarsi mai, ma ci sono sogni che sono fatti per essere consumati e scritti come una grande storia, e in fondo possiamo incorniciare la frase insieme alla parola Real Madrid.

Questo è il nome di una squadra nata per dominare, che nella sua storia ha spadroneggiato come nessuno aveva mai fatto prima nel gioco del calcio. A volte i sogni finiscono per diventare ossessioni, come la decima Champions League che il Real aspettava da dodici anni, passando per i Galacticos dell'era Pèrez a quella più cupa di Calderòn, per poi tornare ad essere il Grande Real con la seconda presidenza di Pèrez.

Finalmente la decima coppa è arrivata con un condottiero italiano, che di coppe campioni se ne intende. Non era bastato neanche Josè Mourinho per riportare a casa quel trofeo che mancava così tanto alle Los Merengues, subendo troppo il calcio Blaugrana che era diventato il simbolo degli ultimi anni Spagnoli e in Guardiola aveva trovato il maestro e l'autore.

Carlo Ancelotti riporta Il Real sul tetto d'Europa e va a prendersi un posto nel cuore dei tifosi Blancos e della storia della squadra, che al fianco di Alfredo Di Stèfano e di Bernabèu darà una valore particolare alla decima Champions League, incastonata in una bacheca che ha visto passare sogni, tutti tradotti in un solo nome..

Real Madrid.

La maledizione di Bèla Guttmann

"Senza di me il Benfica non vincerà mai più una Coppa dei Campioni".

Questa frase è stata pronunciata da Bèla Guttmann, allenatore degli anni sessanta, innovatore per il calcio brasiliano per diversi metodi d'allenamento e grande tattico.

Al San Paolo fece appendere alla traversa dei pneumatici, i calciatori dovevano centrarli con il pallone per migliorare la mira.

Lo abbiamo visto allenare anche da noi, sulla panchina del Milan, ma è in Portogallo che ha portato a casa due Coppe dei Campioni di fila, quando allenava il Benfica. Dopo i due successi nel 1961 e nel 1962 proprio prima dell'era del grande Real, Guttmann chiede un premio in denaro alla società portoghese per i successi ottenuti, ma questa non accetta la richiesta dell'allenatore perché non prevista nel suo contratto.

Bèla Guttmann a quel punto sbatte la porta in faccia e va via, pronunciando quella frase che per la memoria dei tifosi àguias diventa una vera e propria maledizione. Il Benfica dopo quelle parole non riesce più a vincere una coppa europea, nonostante otto finali disputate tra Coppa dei Campioni ed Europa League. L'ultima sconfitta è avvenuta proprio allo Juventus Stadium di Torino per opera del Siviglia ai calci di rigore.

Gli anni trascorsi non bastano a sfatare leggende che vivono nella memorie del calcio, per il Benfica continua a non esserci pace e la maledizione continua ad aleggiare sulla squadra portoghese.

Ognuno è libero di non crederci, ma qualcuno dovrebbe spiegarlo ai tifosi del Benfica.

"El Tractor" saluta e ringrazia la gente, il calcio italiano ricambia

Non ce ne sono più. Lo so, è una brutta notizia, ma rappresenta la verità.

Salutare anche Javier Zanetti significa mettere nel cassetto dei ricordi un altro poster importante del calcio italiano. Pettinatura normale, senza tatuaggi, rimasto nello stesso club per vent'anni, poche sfumature dentro e fuori dal campo, che lo hanno reso molto semplicemente un mito.

La cosa che ricorderò, quando penserò a Zanetti, è sicuramente il modo in cui batteva quasi in modo ripetitivo la mano sul cuore e il gesto di baciare la maglia, perché, fateci caso, sono cose che non vediamo più fare. Nel calcio di oggi a volte è bene ricordarsi che il nome scritto davanti è più importante di quello che i calciatori portano scritto sulle spalle, ed è un peccato che uno dei più bei gesti del calcio non si sia tramandato.

De Gregori, in una delle sue canzoni, descriveva i muscoli del capitano, fatti di plastica e di metano, gli atteggiamenti di un condottiero fiero ma non spavaldo, quasi da clonare, un po' come si dovrebbe fare con personaggi come Giggs e Zanetti. Bandiere rappresentate da persone, che automaticamente si sventolano orgogliose per quello che loro rappresentano.

Continuo a ripeterlo, non ce ne sono più. Ed è proprio un peccato.

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