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Al cinema con Valentina: Youth - La giovinezza

Mag 24, 2015 Scritto da 

Da fan di Sorrentino quale sono, non potevo certo perdermi l'ultimo lavoro del regista premio Oscar: Youth, la giovinezza. Come ne "La grande bellezza", Sorrentino sceglie un titolo volutamente ossimorico, che coglie, in negativo, l'anima del film.

Fred Ballinger (Michael Caine) e Mick Boyle (Harvey Keitel) sono due amici di vecchia data entrambi ospiti del lussuoso hotel svizzero Schatzalp. Qui le giornate passano placide ed ordinate, come ordinato è il paesaggio che ospita la storia: le mucche ben pasciute, le montagne spruzzate di neve, i pendii scoscesi, i campi ricchi di fiori, le piccole baite ai lati delle strade; tutto è pulito e perfetto, come è perfetta la vita all'interno dell'hotel, dove gli ospiti, avvizziti e cadenti, seguono, ricoperti di accappatoi rigorosamente tutti uguali, le indicazioni dei dottori e degli addetti all'hotel, quasi fossero protagonisti di un balletto di danza classica.
Uniche eccezioni a questi figuranti sono, appunto, Fred Ballinger e Mick Boyle: irriverenti, goliardici, brillanti, passano il loro tempo ad osservare gli altri ospiti e parlare della loro vita passata. Il primo si trova nell'hotel per rilassarsi, il secondo per trarre ispirazione e scrivere degnamente il suo ultimo film, quello che considera il suo "testamento spirituale". Piccoli e grandi drammi sconvolgeranno il loro soggiorno nell'hotel, mettendoli di fronte alla realtà della vita e dell'età che avanza.

Youth – la giovinezza è un film bello, ma non entusiasmante. Un bellissimo esercizio di bravura, uno splendido virtuosismo, ma non una scossa tellurica. Ricordo ancora lo stato d'animo con cui uscii dalla sala del cinema dopo aver visto "La grande bellezza": avevo la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di cui avrei sicuramente sentito parlare in seguito, che avrebbe in qualche modo "spezzato" un continuum del cinema italiano che durava ormai da troppo tempo. Non è la stessa cosa per Youth, indubbiamente un prodotto di ottima qualità, quale è il cinema di Sorrentino, che si dimostra tale a partire dalla scelta degli attori – un magistrale Michael Caine, "più disingannato che rinsavito", per dirla con le parole del Foscolo, e una bravissima Jane Fonda, che appare per poco tempo ma si fa ricordare, insieme all'orribile, pesantissimo trucco e alla capigliatura improponibile.

Youth è, dicevo, un film bello, ma non entusiasmante. Non ha la feroce bellezza del film premio Oscar, non c'è il cinismo graffiante de "Le conseguenze dell'amore" né lo squallore miserabile de "L'amico di famiglia". C'è la nostalgia, l'inadeguatezza ad affrontare le varie fasi della vita, ma tutto è rarefatto e leggero, non colpisce con un pugno allo stomaco, non ti lascia completamente inebetito. Rimane quell'alone di malinconia, il bisogno di metabolizzare il film, prima di poterne parlare, come è nello stile di Sorrentino, insieme ai paesaggi bellissimi, le scene oniriche, i personaggi macchietta, le musiche eloquenti.

Per dire la mia sulla fine del film, ho bisogno di spoilerare qualche scena, perciò chi non ha visto la pellicola non legga quanto segue.

Il finale lascia un sapore agrodolce: Fred Ballinger decide di tornare a dirigere quasi come fosse per lui un'ammissione di colpa: ha preso coscienza di come non sappia fare altro che questo, di come, per quanto ne fosse convinto, non è adeguato a vivere una vita al di fuori del suo lavoro di artista e direttore. Più o meno quello che gli rinfaccia la figlia sul lettino del centro benessere ricoperta di fango. Questo, insieme alla performance dei musicisti e della soprano che interpreta il testo delle sue "Canzoni semplici", contribuiscono ancora una volta a lasciare quel contrasto dolce - amaro tipico di Sorrentino: la grande bellezza accostata all'inevitabilità del tutto, che non lascia scampo.

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