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tantarobanews
Giuseppe Vitale

Giuseppe Vitale

Aspirante Pubblicista. Appassionato di Calcio, videogiochi e musica.

Mercoledì, 13 Giugno 2018 08:00

Un'estate senza brividi

Alcune abitudini finiscono per tornare da noi, nonostante sia passato un lungo periodo di tempo nel quale non le praticavamo più. Così arriva il caldo ed escono fuori le t-shirt e tutti gli indumenti specificamente estivi, rivediamo le moto che scorazzano per le strade e i locali pieni di gente con le pinte di birra in mano fino a tarda notte. Certo non possiamo far finta che a quei locali, quei bar e quelle tv in qualche modo non manchi qualcosa, non possiamo totalmente accantonare quel magone grosso che porteremo dentro in questi mesi.

La nazionale non sarà in Russia per giocarsi i mondiali, è risaputo, gran parte degli Italiani non ha mai vissuto una tale disfatta e ancora oggi, nonostante la sentenza che il campo ci ha lasciato sia stata ingoiata e sopportata da un bel po', fa ancora tanto male, soprattutto se pensiamo a questa ferita proprio ora che il campionato del Mondo sta per avere inizio.

Gli Italiani e il mondiale sono una chimica troppo forte per non miscelarsi in quelle notti d'estate che non saranno magiche, i bambini non avranno una maglietta azzurra da indossare che li farà staccare da terra e volare tra le nuvole per poter sognare di più, non avremo le nostre pazze esultanze o critiche in base all'andamento delle partite dei nostri ragazzi, ma, soprattutto, non avremo i nostri brividi, perché se c'è una cosa che ci mancherà dannatamente più di ogni altra, sarà non poter cantare il nostro Inno di Mameli.

Hanno sottratto a tutti noi quei brevi e intensi momenti in cui veramente ci sentivamo fratelli, quei momenti in cui li avremmo passati nelle piazze gremite di gente in piedi tutti abbracciati, compiendo quel rituale magico che ci rendeva più forti, ci caricava, ci distoglieva da tutti i problemi che c'erano intorno, ci allontanava da ogni pensiero negativo, perché quando c'era l'inno, il resto non contava più, il resto andava a farsi benedire. E allora ecco quel brivido che accarezzava la nostra pelle, eravamo consapevoli di aver varcato la soglia della realtà, imbattendoci in qualche altra cosa, il senso di appartenenza ci scorreva lungo le vene, l'orgoglio si sprigionava da ogni lato del nostro corpo e gli occhi si chiudevano. Si chiudevano per sentire le note e le parole pronunciate nell'aria da chi ti stava accanto, dai calciatori che si trovavano nel campo che in quel momento non erano soltanto 11, ma molti, molti di più. Il cuore aumentava il suo battito fino all'urlo finale, liberatorio, come una promessa da voler mantenere a tutti i costi, come l'inizio di una guerra da non voler perdere, come i nostri sogni che uscivano fuori per farsi vedere e farsi sentire. Il brivido e l'inno passava e insieme a loro scadeva la nostra immortalità, perdevamo la nostra emozione e ricominciava la paura, l'ansia di non farcela, la concentrazione della partita che stava iniziando.

Durava poco, ma era bello vivere quegli istanti fino all'ultimo secondo, fino a quando l'incantesimo scompariva e tornavamo ad essere quelli di sempre, ma ci toccherà aspettare. Ci toccherà saltare queste sensazioni per questa estate anomala, diversa e più vuota di altre, senza la bandiera tricolore da sventolare e senza il nostro brivido emozionante che portiamo nel cuore.

Noi Italiani non cantiamo l'inno.. Noi lo viviamo!

Giovedì, 20 Aprile 2017 13:23

C'è ancora spazio per i romantici?

Avvicinate un orecchio ad un pallone, provate a percepire il battito e, se respira ancora, fatecelo sapere.

I giorni attuali hanno lasciato spazio all'interpretazione anche quando c'è di mezzo la passione, il cuore che batte, dove sappiamo benissimo che non si può comandare, non possiamo imporgli nulla, eppure forziamo la mano.

L'esonero di Claudio Ranieri dal Leicester city ha spezzato il cuore di ogni appassionato di calcio, in primis il tifoso delle foxes, che mai nella vita poteva aspettarsi qualcosa del genere. Un romantico deve fare i conti con la fedeltà e la gratitudine, dove non si accetta uno sgarbo ad un regolamento non scritto, forse etico, ma che fa parte dello sport.

Parlavamo di riconoscenza, la stessa parola che può essere legata ad Higuain, trasferendosi alla squadra odiata dai partenopei ha disonorato il senso morale di un popolo che vive con il battito del cuore accelerato, quasi sudamericano, irruento, ma vero e palpitante. I fischi attribuiti al San Paolo sono l'arma spontanea che un tifoso di calcio può usare a casa sua, in uno stadio. Non ci fossero stati, si sarebbe intaccato qualcosa nel romanticismo del pallone, allora che ben vengano facendo sembrare il football ancora vivo.

C'è anche un cuore che batte per un solo risultato, l'epicità che mette tutti d'accordo, l'impresa che asseconda i nostri sensi. Il Barcellona che rimonta il PSG ha unito chiunque, dal più cinico al più folle, dal catalano al neo zelandese, come se fosse un inno allo sport. Certo poi c'è l'altra faccia, quella che ha visto il burrone e c'è caduta dentro, i parigini con il cuore soffocato da un sogno svanito nel nulla, anche questa volta.

In questo mondo più cinico, spesso il cuore non viene ascoltato, facendo dubitare anche coloro che fino ad oggi ci credevano eccome. C'è ancora spazio per i romantici dello sport? Per quelli che non si fermano a guardare una partita, ma guardano oltre, per i malati di una passione che non si può abbattere, per l'amore verso un idolo sportivo, verso dei colori di una bandiera o semplicemente verso il bel gioco.

Io spero di si.

Venerdì, 24 Febbraio 2017 15:46

La professionalità che fa rumore

Ci sono figure che smuovono le cose nonostante la loro staticità apparente. Ci sono persone che riescono a farsi sentire con l'aiuto della professionalità della propria bravura nel compiere il proprio lavoro. Riccardo Cucchi è stato una bandiera del nostro calcio, senza il bisogno di dover indossare una maglia di un club per doverlo essere, non ha mai dovuto tingersi il volto di colori di una squadra del cuore o cercare di far venir fuori la sua passione per una squadra in particolare. Ha raccontato le partite con la sua voce attraverso la radio, grazie alla grande macchina di "Tutto il calcio minuto per minuto".

Giustissimo sottolineare la faccia del calcio Italiano che dobbiamo far conoscere ai più piccoli, perché persone come lui rappresentano i signori dello sport che non hanno mai macchiato in nessun modo la loro carriera, non hanno mai messo una virgola fuori posto, cercando solo di fare il proprio dovere nel migliore dei modi. La stampa moderna con l'avvento del web ha propagato pensieri non sempre oggettivi e veritieri, diventando stancante per molti amanti dello sport. Stesso ragionamento può essere applicato a molte emittenti televisive, che tendono a spingere il pensiero degli Italiani in determinate direzioni, offuscando spesso la realtà dei fatti.

A volte è davvero nauseante veder apparire sui social network e su alcuni siti internet, notizie sostanzialmente bufale che cercano di attirare l'attenzione con dei titoli pompati, soltanto per ottenere dei click di visualizzazione. Il web avrebbe dovuto agevolare l'informazione e non nasconderla, per questo avremmo bisogno di figure di cui fidarci, figure che abbiano ancora la passione nel raccontare un evento sportivo e tutto il romanticismo che in esso è contenuto.

Un plauso quindi doveroso a Riccardo Cucchi, fortunatamente riconosciuto anche da gran parte dei media, non si sono dimenticati di metterlo in risalto neanche le tifoserie allo stadio, ed è giusto così.

Venerdì, 20 Gennaio 2017 10:58

La Cina dal profumo inconsistente

La storia, quella che si studia sui libri, ha sempre camminato pari passo con lo sport, influenzandolo economicamente, nel modo in cui le persone lo intendono e vivono. In base alle condizioni dei vari paesi mondiali, il calcio, ad esempio, fa il suo corso, sempre tenendo fede a ciò che la storia di quel momento gli impone.

L'epoca in cui ci ritroviamo non è solo condizionata oggettivamente dai soldi, ma è trascinata da determinati stati che comandano e smuovono i mercati, grazie a potenti fonti di denaro. Se parliamo, poi, dell'attuale mercato invernale, siamo concordi nel dire che verrà assolutamente ricordato per le operazioni cinesi. Si è vero, ci stiamo abituando ad approcciarci con quel mondo già da tempo, dato che le società milanesi tra le più importanti in Italia hanno deciso di affidarsi ai capitali cinesi, però la vera sorpresa è stata veder portar via a giocare in Cina sempre più giocatori che fanno parte dell'attuale panorama Europeo. Al contrario di come accadeva con l'America, l'Oriente sta attraendo giocatori che non sono "finiti" dal punto di vista atletico o dell'età. Nel recente passato operazioni cinesi e asiatiche venivano fatte maggiormente per aumentare la visibilità del marchio di un club, ma adesso si è andati assolutamente oltre, perché sono i calciatori a sposare i progetti tecnici ed economici che prendono piede da quelle parti, trasferendosi a giocare per loro.

Il pericolo grande che si corre è quello di perdere il valore del calcio, riconoscere ciò che vale e quello che invece è abbastanza improvvisato e contornato solo da un mucchio di soldi che comunque un calciatore percepisce ovunque. L'Europa vale ancora tanto e racchiude ancora i migliori campionati del mondo, dove molte società conservano molti valori che non tengono a perdere nonostante il mondo vada avanti. Un calciatore tesserato in un campionato di prima divisione che non arriva alle trenta candeline spente, è irritante vederlo andare a giocare per un contenuto ancora vuoto che non può darti nulla. Possiamo venire incontro al pensiero di un calciatore arrivato a fine carriera che stipula un contratto milionario e decide di concludere così, ma chi può ancora dare qualcosa, è giusto che lo esprima nel nostro continente.

Può essere vista anche come una forma di rispetto, per tutti quei ragazzi che sognano di giocare a calcio a grandi livelli.

Perché i sogni vanno oltre i soldi e i desideri più meschini vanno oltre qualunque altra cosa.

Mercoledì, 14 Dicembre 2016 09:08

Il dio del calcio chiama i campioni

Esiste una solidarietà spudorata, automatica e profonda che si manifesta senza preavviso, si incarna in un istinto che viene da dentro, deve per forza uscire all'esterno facendosi vedere e sentire. Oltrepassa i colori e le fedi che ognuno possiede, mettendole in qualche modo da parte, come se la priorità in quel momento fosse un'altra.

La catastrofe che ha macchiato la Chapecoense ha toccato tutti, nessuno escluso. Un coltello che ha ferito l'umanità dello sport sporcandola con il sangue, che adesso rimane sulla pelle di tutti coloro che amano correre dietro un pallone come un tatuaggio indelebile che non va più via. Le lacrime dei tifosi, che hanno salutato nel proprio stadio i loro beniamini portati via, a giocare una trasferta troppo lontana, ci hanno commosso, chiunque si immedesima, chiunque capisce e prende atto.

La conseguenza è una grande forma di affetto, non ci si rialza facilmente, ma tutti uniti forse si. Il gesto più bello è quello di alcuni campioni leggendari, come Riquelme e Ronaldinho, che hanno offerto le loro prestazioni al servizio della squadra, disposti a giocare per il gusto di farlo senza nessun segno di pagamento economico. Il Dio del calcio chiama e loro devono rispondere presenti, ma la loro scelta fa da traino per altri, come Gudjohnsen, anche lui alza la mano per far sapere che in caso di necessità lui vorrebbe sostenere la causa e giocare ancora a pallone.

Da questi gesti possiamo comprendere che in fondo lo spirito autentico dello sport non è mai andato via, nonostante i tempi ormai scanditi dal denaro, nonostante l'evoluzione e la scomparsa del romanticismo, rimane un piccolo grande pizzico di valore che risulterà importante.

Soprattutto per i più giovani, perché esempi così, fanno bene al cuore.

Lunedì, 31 Ottobre 2016 10:43

Upton Park non vuole morire

Siamo entrati nella nuova stagione con entrambi i piedi, oltremanica si sta vivendo la Premier League più bella di sempre, con i coach più blasonati e affascinanti del nostro presente. C'è chi sfoggia uno stemma nuovo come il Manchester City e chi invece si trasferisce in un nuovo stadio come il West Ham, lasciando l'impianto storico di Upton Park alla demolizione.

I romantici del pallone non possono che storcere il naso quando la casa di un club viene distrutta, perdere tutta la magia e le emozioni che in essa erano contenute per lasciar spazio a un vuoto triste per sempre. Uno stadio, in qualche modo, ha il valore storico e poetico di una chiesa o un museo, attirando verso se ogni domenica i migliaia di tifosi, che per una vita sono andati a tifare il loro pezzo di cuore.

Nella tristezza generale, circa un mese fa, avviene qualcosa di clamoroso. La demolizione a Boleyn Ground viene interrotta dopo neanche una settimana dall'inizio dei lavori, perché nel sottosuolo vengono ritrovati i resti del castello di Anna Bolena. L'evento fa subito pensare che qualcuno lassù non voglia che l'impianto debba cessare d'esistere, come se fosse un segno del destino. In questo caso potremmo attribuire questa vittoria ai nostalgici e gli appassionati di quello che non è solo un gioco, ma molto di più.

Forse Il Dio del pallone ha deciso di schierarsi verso una direzione ben convinta, Upton Park non deve e non vuole morire, le bolle di sapone che volavano alte nel cielo non ci saranno più, ma i sogni della gente che contenevano saranno conservati per l'eternità.

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